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In attesa del cantiere: la “cacciata” dei commercianti di Piazzale Loreto tra privatizzazione, sfiducia e disillusione

Il seguente testo riassume i risultati di un’attività laboratoriale condotta con un gruppo di studenti e studentesse del corso di Culture e Società dell’Europa (prof. Paolo Grassi, A.A. 2024-2025) della Laurea Magistrale in Scienze Antropologiche ed Etnologiche dell’Università di Milano-Bicocca.

Emma Fontana

Questo testo è una restituzione argomentata e rielaborata di un esercizio svolto collettivamente durante il corso di Culture e Società dell’Europa presso l’Università degli Studi di Milano- Bicocca. L’attività prevedeva un’osservazione sul campo e una riflessione critica a partire da due domande comuni: qual è la percezione delle persone che abitano la piazza rispetto allo stato attuale dei lavori di LOC? In che modo stanno significando attualmente il processo di trasformazione urbana a cui è soggetta l’area? All’interno di questo quadro condiviso, ho scelto di concentrarmi in particolare sulle conseguenze che l’avvio del progetto LOC2026 ha avuto per alcune attività commerciali costrette a lasciare la piazza, interrogandomi su come stiano vivendo questa attesa prolungata, fatta di traslochi forzati, mancanza di supporto e incertezza sul futuro.

«Ci saranno solo calzini e mutande, sarà Calzedonia e Intimissimi Piazzale Loreto!». È con queste parole che Michele, fotografo affittuario di uno studio in Viale Porpora, mi descrive il futuro che immagina per Piazzale Loreto dopo i lavori che lo trasformeranno in LOC (Loreto Open Community). Il progetto LOC2026 di Nhood Italia è il vincitore del bando “Reinventing Cities” indetto dal C401 e sostenuto dal Comune di Milano, con l’obiettivo di “promuovere le ultime innovazioni ad emissione zero” e “presentare le migliori proposte di trasformazione di siti sottoutilizzati […] che fungano da vetrina per futuri sviluppi urbanistici a impatto zero”2. Il progetto prevede di “trasformare il più caotico snodo di traffico della città in una grande agorà verde, […] un nuovo simbolo della Milano olimpica del 2026”3. Piazzale Loreto è infatti il punto in cui convergono otto delle arterie principali della viabilità di Milano: corso Buenos Aires, via Padova, viale Brianza, viale Abruzzi, viale Monza, via Antonio Porpora, via Andrea Costa e via Andrea Doria. Il masterplan di LOC2026 si propone di sfruttare la spazio ipogeo della metropolitana, scoperchiarlo e, modificando la circolazione del traffico, trasformandolo in un’area riservata ai pedoni. Il traffico sarà infatti riposizionato ai margini della piazza verso corso Buenos Aires, così da creare una penisola pedonale da via Costa a viale Monza. La futura Loreto sarà uno spazio multilivello, una grande piazza costruita sopra un edificio commerciale di tre piani: dal mezzanino della metropolitana fino a una terrazza sopraelevata, tra caffetterie e negozi. Il sito ufficiale di LOC2026 parla di uno spazio che “ospiterà un mix funzionale di attività commerciali, servizi, eventi e manifestazioni temporanee”4, ma come osserva Lucia Tozzi “solo en passant si accenna al fatto che questo ‘spazio pubblico’ sarà il tetto di un edificio commerciale”5. In uno scenario che ricorda l’Apple Store di Piazza Liberty, evocato da Giorgia Martini6, diventa spontaneo chiedersi se invece che a una “grande agorà verde” non siamo forse di fronte ai risultati di una lenta erosione dello spazio pubblico, in cui i negozi diventano i luoghi di aggregazione per eccellenza e le piazze estensioni dei centri commerciali.

Per quanto la questione della commercializzazione della futura piazza rappresenti un punto cruciale del dibattito pubblico – tornerà più volte in questo testo nei discorsi dei miei interlocutori – ciò su cui vorrei ora soffermarmi è un altro aspetto centrale: il continuo slittamento dell’inizio dei lavori, le sue motivazioni e le conseguenze che ha avuto in particolare su chi in piazza lavorava ogni giorno e si è trovato costretto a traslocare in attesa di una trasformazione che tarda ad arrivare. I lavori, inizialmente previsti per l’autunno del 2023, sono stati posticipati prima a gennaio 2024, per evitare interferenze con il periodo natalizio e coordinarsi con il cantiere di Corso Buenos Aires, e poi ulteriormente rimandati. A causare i ritardi sono state principalmente questioni tecnico-amministrative: la necessità di perfezionare la convenzione tra il Comune di Milano e Nhood, l’attesa di una delibera di giunta e un generale rallentamento dell’intero settore urbanistico milanese in seguito alle recenti inchieste giudiziarie. Anche se il progetto di Loreto non è stato direttamente coinvolto, l’ondata di verifiche ha imposto una rilettura attenta di ogni passaggio burocratico7. L’apertura del cantiere è ora prevista per agosto 2025, tramite un permesso di costruire convenzionato, senza bisogno di un nuovo piano attuativo. I lavori, che coinvolgeranno anche la stazione della metropolitana, dureranno circa due anni e non termineranno in tempo per le Olimpiadi Invernali di Milano- Cortina 20268.

Copyright Matteo Spertini

Nel frattempo, le attività commerciali del mezzanino sono state trasferite o chiuse, con l’obiettivo di liberare lo spazio per la futura cantierizzazione. A partire da agosto 2024, tra i primi a ricevere la lettera del comune che intimava l’imminente trasloco delle loro attività, c’è Michele, proprietario di uno studio di fotografia nel mezzanino della stazione di Loreto dal 1993. Insieme a lui anche Mohammed il fiorista del chiosco di Piazzale Loreto, e poi l’edicolante-tabaccaio e l’orologiaio, tutti e due del mezzo piano metropolitano. Michele mi spiega di come abbiano fatto il possibile per opporsi al trasloco forzato nonostante il «contratto in essere»: al momento le sue relazioni con il comune passano unicamente attraverso avvocati. Il preavviso iniziale era stato di un mese, poi prolungato fino all’inizio lavori ma è ormai quasi un anno che hanno traslocato e i lavori non sono ancora cominciati. Tra i primi temi che riecheggiano nelle parole frustrate dei miei interlocutori c’è la mancanza di supporto da parte del Comune di Milano. Michele mi racconta di come abbia dovuto «costruire i mobili con le [sue] mani» e Mohammed di come abbia dovuto spostare il proprio chiosco da solo pagando di tasca sua tutti i costi, compreso l’affitto di una gru. Oltre alla ricerca di un nuovo luogo dove riorganizzare la propria attività commerciale, hanno dovuto fare i conti con l’aumento degli affitti degli stabili nella zona, dovuto principalmente alla progressiva gentrificazione del quartiere di NoLo. Sia Michele, ora in Via Porpora, che Mohammed, in viale Abruzzi, mi spiegano come il nuovo luogo non sia assolutamente adatto ai loro bisogni. Se prima si trovavano nel bel mezzo di uno dei punti più trafficati della città di Milano, adesso nonostante si siano spostati a meno di sessanta metri di distanza, si rendono conto di aver perso gli acquirenti centrali per le loro attività. Mohammed mi spiega chiaramente di come abbia dovuto cambiare i prezzi di tutti i suoi fiori, se prima poteva contare su una clientela che passava da Piazzale Loreto al ritorno dalla giornata lavorativa, ora realizza di trovarsi in un punto marginale rispetto al loro percorso: «quelli lavorano, venti euro per un mazzo [di fiori] vanno bene, prendono e vanno, qui no». Questa consapevolezza oltre a provocare rabbia e frustrazione, alimenta anche un sentimento di insicurezza economica e instabilità, ogni volta che chiedevo a Michele cosa immaginasse per i prossimi mesi la sua risposta era sempre la stessa: «non lo so, ti farò sapere, se ci sarò ancora tra due mesi». A differenza di Michele, Mohammed ha spostato la sua attività solo temporaneamente, il Comune gli ha assicurato che dopo la fine dei lavori avrebbe potuto tornare al suo posto originario in Piazza Loreto, ma se i lavori non iniziano, sopravvivere fino a quando finiranno diventa sempre più complesso.

Nessuno dei miei interlocutori riesce a immaginare come verrà riorganizzato il traffico automobilistico durante i lavori, mi parlano di una situazione incomprensibile, di una città intera che verrà bloccata da un singolo cantiere. Il “dopo” invece sembra molto più chiaro, mi descrivono una piazza privatizzata, un centro commerciale: secondo Michele sarà inevitabile attraversare ogni mattina una piazza ridotta a un’esposizione di «calzini e mutande». Ritorna spesso nelle loro parole e nelle loro espressioni anche il tema della sicurezza, legato principalmente a una percezione di generalizzato degrado urbano che accompagna Corso Buenos Aires da anni. Michele mi ripete parecchie volte con ostinazione che non cambierà nulla, che «diventerà un bivacco anche qui». Questa preoccupazione risuona anche nelle parole di Andrea Boschetti, coordinatore della cordata di progettazione di LOC2026, che all’inaugurazione dell’hub LOC2026 dichiara: “la presenza delle persone è importante, in primis per la sicurezza. Inoltre, i padiglioni saranno trasparenti e duttili nell’uso, diventeranno una sorta di ‘lanterne’ che illuminano lo spazio, privi di angoli isolati, oscuri e quindi insicuri”9. Mi preme a questo punto sottolineare però che la sicurezza nello spazio pubblico non si costruisce eliminando gli angoli bui o rendendo trasparenti i padiglioni, e non soprattutto riducendo il problema a una questione di visibilità e sorveglianza, come suggerisce Boschetti. Holman et al. (2022)10 evidenziano che trattare gli interventi di design come risposte definitive al mantenimento di spazi pubblici sicuri rischia di lasciare un vuoto nella comprensione di cosa generi davvero insicurezza per le persone. Luci, visuali aperte e “sorveglianza passiva” possono avere un ruolo, ma focalizzarsi solo su questi aspetti senza interrogarsi su chi definisce quali spazi siano sicuri o meno, e su quali basi, può alimentare narrazioni populiste e razzializzate, finendo per rafforzare dinamiche di emarginazione sociale. È in questa logica che si inseriscono anche molte strategie di “architettura ostile”, le quali in nome del decoro, lungi dal generare sicurezza condivisa, contribuiscono a costruire città escludenti11.

Le parole e le esperienze raccolte lungo questo percorso restituiscono un’immagine chiara, per quanto frammentata e soggettiva, del modo in cui la trasformazione di Piazzale Loreto viene vissuta da chi la abita ogni giorno. Al centro delle narrazioni si trovano l’incertezza e la sfiducia: un progetto di rigenerazione urbana che si allontana dai cittadini, non solo nei contenuti, ma nel modo stesso in cui è stato comunicato, gestito e calato sul territorio. L’assenza di supporto, il disorientamento causato dai continui rinvii, l’improvviso aumento dei costi, la perdita dei clienti e l’incapacità di immaginare il futuro rivelano come la rigenerazione non stia modificando solo lo spazio fisico della piazza, ma anche la relazione tra istituzioni e abitanti, tra politiche urbane e vissuti locali. I commercianti cacciati, e non supportati, ne sono forse il sintomo più evidente. Se LOC promette un’agorà verde, uno spazio di comunità, a oggi il suo significato per chi vive e lavora nell’area sembra essere un altro: quello di una vetrina commerciale rivestita di retorica pubblica, il tetto di un edificio privato mascherato da spazio condiviso. Più che una rigenerazione urbana, LOC2026 appare allora come un processo di valorizzazione economica in cui lo spazio pubblico si restringe, si trasforma in merce e si svuota del suo potenziale collettivo e storico.

Alla domanda iniziale su come venga significato questo processo, la risposta sembra dunque essere: in modo frustrato, disilluso e distante. Una rigenerazione che, almeno finora, si è rivelata più vicina agli investitori che ai cittadini, più attenta alla vetrina che alla comunità.

 

[1] C40 è un network di sindaci di 97 città definite come “the world’s leading cities”, nato per promuovere uno sviluppo urbano a zero emissioni di CO2. Maggiori informazioni sul C40 sono presenti qui: https://www.c40.org/about-c40/ (ultimo accesso: 27/12/2024).

[2] Dal regolamento per la fase di Manifestazione di Interesse del bando “Reinventing Cities”, consultabile qui: https://www.c40reinventingcities.org/data/sites_134e6/categorie/9/it_regolamento_reinventing_cities_fase_espressione_dinteresse_f0a2d.pdf(ultimo accesso: 27/12/2024).

[3] Dal sito del Comune di Milano, consultabile qui: https://www.comune.milano.it/-/reinventing-cities-piazzale- loreto (ultimo accesso: 27/12/2024).

[4] Dal sito di LOC2026, consultabile qui: https://loretoopencommunity.com/la-piazza/ (ultimo accesso: 26/05/2025).

[5] Tozzi, L. (3 ottobre 2023). Privatizzare piazzale Loreto. Il Tascabile. https://www.iltascabile.com/societa/privatizzare-piazzale-loreto/ (ultimo accesso 26/05/2025).

[6] Martini, G. (6 febbraio 2023). LOC – Loreto Open Community e la degenerazione dello spazio pubblico a Milano. Fuorisalone.it. https://www.fuorisalone.it/it/magazine/focus/article/1116/progetti-riqualificazione- urbana-milano (ultimo accesso 26/05/2025).

[7] Dagli archivi di UrbanFile su Ceetrus Nhood, consultabili qui: https://blog.urbanfile.org/tag/ceetrus-nhood/ (ultimo accesso: 26/05/2025).

[8] Arsuffi, R. (28 aprile 2025). Milano | Loreto – Il via al cantiere per la riqualificazione di piazzale Loreto ad agosto (forse). UrbanFile. https://blog.urbanfile.org/2025/04/28/milano-loreto-il-via-al-cantiere-per-la- riqualificazione-di-piazzale-loreto-ad-agosto-forse/ (ultimo accesso: 26/05/2025).

[9] Guerra, G. (2 febbraio 2023). LOC 2026, Nhood e Andrea Boschetti raccontano la trasformazione di Piazzale Loreto. Matrix4Design. https://www.matrix4design.com/it/architettura/loc-2026-nhood-e-andrea-boschetti- raccontano-la-trasformazione-di-piazzale-loreto/ (ultimo accesso: 27/05/2025).

[10] Holman, N., Mace, A., Zorloni, D., Navarrete-Hernandez, P., Karlsson, J., & Pani, E. (2022). Race-based readings of safety in public space in Milan, the challenge for urban design. European Urban and Regional Studies, 30(3), 282-296.

[11] Virgili, M. C. (27 maggio 2025). Cos’è l’architettura ostile e perché il fenomeno delle ‘città anti-senzatetto’ è così criticato. Geopop. https://www.geopop.it/cose-larchitettura-ostile-e-perche-il-fenomeno-delle-citta-anti- senzatetto-e-cosi-criticato/ (ultimo accesso: 27/05/2025).